La neve di calce
La memoria come luogo in cui tornare
Ci sono libri che raccontano una storia e altri che, mentre li leggi, riescono a risvegliare qualcosa che appartiene anche a te. La neve di calce di José Russotti, per me, è stato uno di questi.
Se dovessi scegliere una sola parola per descrivere ciò che ha accompagnato tutta la mia lettura, sarebbe memoria. Memoria dei luoghi, delle persone, delle differenze sociali, delle ferite che ci segnano e di quelle radici dalle quali possiamo allontanarci, ma che continuiamo inevitabilmente a portarci dentro.
Ed è proprio la memoria a essere racchiusa già nel titolo. Quell’immagine della calce sullo scialle scuro della nonna, destinata a rimanere impressa negli occhi e nella mente di Giacomo, acquista nel corso della lettura un significato che va ben oltre il ricordo di un’immagine lontana. Diventa quasi il simbolo di ciò che il tempo lascia depositato su di noi: frammenti apparentemente piccoli che, anche a distanza di anni, continuano a raccontare da dove veniamo.
La tragica perdita del padre segna profondamente la vita di Giacomo e determina un cambiamento radicale nella sua esistenza e in quella della sua famiglia. È uno degli aspetti che più mi ha colpita del romanzo, soprattutto per il modo in cui si intreccia con il racconto delle differenze sociali. In una piccola comunità, la condizione economica e familiare rischia di diventare quasi un’identità assegnata dagli altri, qualcosa da cui sembra impossibile emanciparsi.
Ho letto proprio in questa chiave la determinazione di Giacomo. Il suo desiderio di costruirsi una vita diversa mi è sembrato nascere non soltanto dai suoi sogni, ma anche dalla necessità di reagire al dolore e a una condizione che rischiava di stabilire in anticipo quale dovesse essere il suo posto nel mondo. Il riscatto, quindi, non come rinnegamento delle proprie origini, ma come volontà di non esserne prigioniero.
Accanto al dolore e alle difficoltà c’è poi l’amore. L’incontro con Lucia e la scelta che li porterà alla “fuitina”, così legata alla Sicilia e alle convenzioni sociali dell’epoca, raccontano ancora una volta due persone che decidono di assumersi la responsabilità del proprio futuro. Ed è significativo che proprio da una storia autobiografica emergano sentimenti e conflitti nei quali, pur appartenendo a un’altra generazione, è ancora possibile riconoscersi.
Personalmente, però, c’è un aspetto che mi ha coinvolta più di tutti. Vivo lontano dal mio paese d’origine e conosco quella particolare malinconia che accompagna chi è partito. Puoi costruire una vita altrove, sentirti a casa in un altro luogo, lasciare trascorrere gli anni; eppure basta un paesaggio, un’espressione, un ricordo apparentemente insignificante perché la distanza improvvisamente scompaia. Ci sono luoghi che lasciamo, ma che non lasciano mai noi.
Forse è per questo che, pur non avendo vissuto la storia di Giacomo, attraverso la sua mi sono tornati alla mente luoghi, atmosfere e sensazioni che conosco e che, in qualche modo, mi appartengono.
José Russotti racconta tutto questo con delicatezza e autenticità, senza cercare continuamente l’emozione, nonostante una vicenda personale attraversata da momenti molto duri. E proprio questa misura rende alcuni passaggi ancora più intensi. Ho apprezzato anche la cura con cui vengono restituiti personaggi, ambienti e dinamiche di un mondo che appartiene al passato ma che, attraverso il racconto, torna sorprendentemente vicino.
Arrivata all’ultima pagina, mi è rimasta soprattutto una sensazione: che questa storia José Russotti non abbia semplicemente voluto raccontarla, ma custodirla.
Ed è forse qui che, per me, si trova il significato più profondo de La neve di calce. Affidare alla scrittura la propria memoria significa sottrarre qualcosa al tempo: persone, luoghi, dolori, amori, persino quei piccoli dettagli che sembravano destinati a scomparire.
E quando la memoria di chi scrive riesce a risvegliare quella di chi legge, una storia personale smette di appartenere soltanto a chi l’ha vissuta.






